Il giorno dopo dell’industria creativa: nuova, creativa e migliore

Il lavoro da casa prende sempre più piede, le persone sono indisposte all’ascolto di facili promesse e l’industria creativa cerca di sfornare qualche contenuto dal cilindro.

Sono un po’ di giorni che osservo il mondo da dietro un vetro, rifletto e costruisco pensieri su quello che sarà il futuro di tutti e quello mio nell’industria creativa. La realtà dei fatti ci dice che non sappiamo ancora come sarà il nostro futuro, né quando questo lockdown finirà e neppure quando incominceremo di nuovo a vivere.

Tutti ci dicono che nulla sarà come prima. Dalla società civile a quella politica. Ma cosa vuol dire realmente?

Abbiamo visto un paese percorrere strade tortuose, innovarsi nel giro di poche settimane. Dal mondo della scuola a quello del lavoro passando per il tempo libero. Tutti sono stati investiti dalla trasformazione. Abbiamo assistito, durante questa crisi, alla trasformazione che avrebbe richiesto anni di lavoro. Ovviamente con tutte le falle del caso e l’impreparazione a gestire l’emergenza su diversi fronti.

Il protrarsi delle stare a casa e in isolamento per così tanto tempo ci sta rendendo immuni all’ascolto di facili messaggi retorici e di false promesse. Anche l’industria creativa in Italia sta facendo i conti con questa crisi di retorica.

I marchi stanno ripetendo a pappagallo le stessa retorica spicciola e alle stesse immagini di stock.

Ma è necessario comunicare al tempo del Covid?

La prima cosa che vorrei rispondere è no. In questo momento non bisogna comunicare per forza. Oggi se io fossi un marchio mi chiederei in quale modo potrei utilizzare quei fondi per fare cose che abbiano un impatto sociale. L’importante è fare.

Lo dico anche contro i miei interessi, ma non penso serva a niente sentire lo spot con la voce del personaggio famoso di fondo, i video di archivio o di stock e la musichetta per spostare l’emotività.

Al posto di costruire lo stesso spot emozionale con le parole grazie, orgogliosi, ce la faremo, siamo italiani bisognerà avere una comunicazione più reale, più autentica, più umile.

La pubblicità del mondo felice, in un paese distrutto, non è più un cliché che è possibile spendere.

Quale sarà il compito dell’agenzie creative?

Penso che il nostro compito sarà diverso e più difficile di quello che avevamo prima.

Anche per le agenzie e i creativi nulla sarà più come prima.

Dovremo essere in grado di rappresentare la realtà in modo autentico (talvolta anche nei luoghi di lavoro), con più consapevolezza che non servirà urlare per farsi ascoltare e che non saremo costretti a comunicare se i marchi non avranno nulla da dire.

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